Dopo Bansky, visto il continuous del mio parlar d’arte, mi sono chiesta se fosse più opportuno procedere a ritroso verso primitivismo, ricollegandomi ai post precedenti, o ripescare nel mio passato di studentessa milanese i cui viaggi su ogni tipo di mezzo pubblico avevano una costante: Dumbo.
Per chi non lo sapesse a Milano, in quel decennio a cavallo con la fine del millennio, ogni muro, vetrina, treno, tram, sedile o banchina portava la sua firma.
Magari scriverò ambe le ‘puntate’, portando avanti entrambi i percorsi e lasciando a chi legge la possibilità di scegliere cosa gli sia più affine.
Partiamo in ogni caso da Dumbo. A questo punto sembra che avessi già fatto la mia scelta, ed era così, non fosse che al termine di qualche ricerca la conclusione, o per meglio dire lo stato attuale dei fatti, non soddisfa il mio immaginario nella misura in cui avrei voluto.
Comunque ormai l’ho detto, partiamo da Dumbo.
Avendo frequentato l’artistico in quel preciso momento culturale non vi era praticamente ragazzo che non taggasse: il mio diario era pieno di tag, il mio zaino, la custodia degli occhiali da riposo che ho raramente indossato. Tutto era taggato, si parlava di crew, di nero d’inferno, di depositi e treni. 
Dumbo, in tutto questo, agli occhi di me ragazza, era il padre capostipite di questa la faccenda. Il Re di Milano.
Lui era ovunque, non sapevo chi fosse e poco importa. Importa che il suo nome rappresenti un epoca e un luogo, per chi c’era, ben più di un proprio documento scaduto.
Quando è arrivato internet, quello vero, e ho potuto togliermi lo sfizio di scoprire chi fosse diventato Dumbo, di conoscerne addirittura il nome: Ivano Atzori.

Ma che fine ha fatto, a un certo punto? E’ andato a New York, ha pubblicato un libro: Act of vandalism and stories of love (2007)
Bellissimo. Atti di vandalismo e storie d’amore. La perfetta celebrazione del mio immaginario, l’incoronazione di tutto quello che volevo dire. Già dal titolo mi ha conquistata.  Il volume racconta per immagini le imprese di Dumbo e della sua crew. Fanno eccezione la prefazione dell’ amico writer Barry McGee, un testo di Federico Sarica e un’ intervista condotta dalla moglie Kyre.
E poi, Dumbo, finalmente prova a fare l’artista. Fin qui tutto bene.
Il suo progetto artistico più indicizzato (d’altronde è gran parte di quello che resta) è ‘One Size Fits All ‘ che consiste nell’aver fatto reinterpretare il passamontagna, oggetto a lui ovviamente caro, a diversa artisti e maisons, da Vivienne Westwood a Missoni, a Neil Barrett e poi altri.
Qui un breve film racconto per Vogue, a cura di Francesco Fei.
Chapeux, ha anticipato di almeno 8 anni la collezione Gucci 2018 che sulle ultime passerelle ha fatto tanto clamore.

Leggo qualche altra intervista, ma non scorgo un’idea di protesta, tantomeno una dichiarata ricerca artistica.
Fa un figlio, ne fa un altro, una vacanza con la famiglia in Toscana, si innamorano dell’Italia e della vita salubre, lasciano ogni mondanità newyorkese per andare a vivere in Sardegna e scoprire che il tempo è prezioso.
Un bella intervista su Vice racconta la sua vita, la loro scelta.
Insieme avviano un progetto di tutto rispetto: Pretziada che unisce il loro know how, il mondo del design e l’artigianato locale.
Una scelta coraggiosa, bella, bellissima e condivisibile che infrange però ogni mio sussulto immaginifico post adolescenziale interrompendo uno dei pochi sogni sopravvissuto dai banchi di scuola sino ad oggi.
In ultima analisi, caro Bansky, fai bene a non dire il tuo nome. Sai mai che tra 10 anni ti qualcuno ti trovi a Bordighera impegnato in un progetto di salvaguardia e valorizzazione del tombolo da ricamo.