Intervista a Guido Guidi

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Guidi appartiene a quella generazione di fotografi che, per comodità, vengono chiamati “quelli di Viaggio in Italia”, la mostra organizzata nel 1984 da Luigi Ghirri. Insieme a lui, tra gli altri, parteciparono Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Vincenzo Castella, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci e Mimmo Jodice: i fotografi del “nuovo paesaggio italiano”, accomunati dalla rottura con una certa tradizione fotografica più propensa all’esaltazione cartolinesca dei luoghi.

Guido Guidi è stato tra i primi in Italia a fotografare il paesaggio marginale e antispettacolare della provincia, contribuendo alla ricucitura di quella distanza che, fino alla seconda metà del 1900, aveva separato i fotografi puri, maestri della tecnica, dagli artisti-fotografi, più vicini all’arte concettuale. L’oggetto della sua indagine sono gli accavallamenti e le sovrapposizioni che si determinano tra vecchie e nuove strutture, natura e artificio, tradizione e nuovi riti di massa. Più che un paesaggismo accademico e tradizionale, quello che ne risulta può essere considerata un’azione performativa in cui l’immagine è frutto del rapporto dialogico, in continuo mutamento, tra uomo e ambiente.

Fotografia dunque come momento di conoscenza, che travalica lo sguardo superficiale in un atto di amore e di stupore, in cui il mezzo fotografico conferma la propria identità di medium, ovvero strumento utile alla mediazione fisico-concettuale con il mondo reale inteso non come limite, bensì come contingenza e stimolo.

Ho rivolto a Guidi alcune domande sul suo lavoro e sul rapporto con il territorio sardo.

Quando è stato in Sardegna per la prima volta?

In viaggio di nozze, nel maggio del 1974.

Ritrae spesso le periferie urbane, i paesaggi marginali, dove i fenomeni di sviluppo sono in embrione e spesso contraddittori. Lo spirito, il carattere, di un luogo sono determinati dalla sua integrità e dalle sue icone o dal frutto del continuo cambiamento dei suoi spazi?

Direi che lo spirito o il carattere è nel luogo non del luogo, direi anche che i cambiamenti avvengono più facilmente e rapidamente ai margini, dove il controllo del potere centrale è meno presente. Allo stesso modo sono interessato a ciò che succede ai margini della fotografia stessa. Come diceva il poeta e saggista Iosif Brodskij “la periferia è il luogo dove il mondo si decanta”.

Nell’arco dei trentasette anni oggetto della rassegna al Man, come ha visto cambiare il territorio della Sardegna?

Certamente in questo lasso di tempo la Sardegna è cambiata, io sono cambiato e sono cambiato anche fotografando in Sardegna. Si potrebbe anche dire che la fotografia è registrazione di una trasformazione mentre essa stessa trasforma e si trasforma. “Un quadro, in primo luogo, non è ciò che rappresenta, ma ciò che trasforma”, diceva il filosofo e antropologo francese Lévi-Strauss.

Per lei fotografare non significa tanto capire quanto comprendere, nel senso di portare con sé, rendere proprio. Ci sono dei luoghi della Sardegna che, più di altri, ha interiorizzato?

Forse , più che un luogo specifico, il profumo di elicriso, quando sono arrivato la prima volta.

Il filosofo Roland Barthes nel libro ‘Camera Chiara’ individua una duplice essenza della fotografia: quella di uno spettacolo civilizzato delle illusioni perfette e quella che riporta alla coscienza amorosa, interessando una sfera più emozionale che estetica. Seppure lei abbia più volte detto che l’intenzione sia da abolire, il suo approccio nell’esecuzione a quale dei due aspetti è più vicino?

Nel 1980 Barthes in una lettera aperta al regista Antonioni scrive che tre sono le virtù che costituiscono l’artista. “Le dico subito: la vigilanza, la saggezza e la più paradossale di tutte la fragilità” e più avanti aggiunge che “la vigilanza dell’artista (…) è una vigilanza amorosa, una vigilanza del desiderio”. Sono assolutamente d’accordo (Caro Antonioni – Cahiers du cinéma N.311).

Rimettendo mano al suo archivio ha osservato cambiamenti nel suo metodo?

Se devo dire, credo di non sapere cosa è il metodo e avrei proprio bisogno di un archivista che con metodo organizzi il mio archivio.

Se potesse viaggiare nel tempo quale luogo vorresti fotografare e in quale epoca?

I luoghi della mia infanzia, negli anni della mia infanzia.