Paul Klee ‘Alle origini dell’arte’
31 ottobre 2018 – 3 marzo 2019
a cura di Michele Dantini e Raffaella Resch – MUDEC Milano

Ernst Paul Klee è un artista eclettico e multiforme la cui ricerca lo ha portato ben al di là della semplice necessità di esprimere i propri impulsi creativi.
La sua opera non si osserva, ma “si legge” a vari livelli, come una sorta di partitura musicale. Egli concepisce l’arte in un modo nuovo, “mistico”, in un rapporto indissolubile tra pittura, architettura, segni, musica, immagini e parole.
 

La rassegna ‘Alle origini dell’arte‘ presentata al MUDEC, che sarà aperta al pubblico fino a marzo 2019, offre testimonianza della complessità del sostrato culturale dell’artista, della vastità della sua produzione e dell’ampiezza delle tecniche da lui utilizzate.

L’ ultima antologica milanese destinata a Klee si era tenuta nel 1986 e questa mostra, che ne segna un grande ritorno, “non importa un artista internazionale bensì esporta ricerca“. L’allestimento non vive delle sole opere grafiche e pittoriche, è bensì arricchito dalla collezione etnografica del MUDEC, da video proiezioni e dalla presenza di diversi libri che sono elementi importanti quanto le opere. “Sono quelle scintille che rendono incandescente la produzione di Klee.”

La produzione di Klee attraversa diversi periodi e le sezioni in cui è suddivisa la mostra racconteranno il suo processo di formazione artistica. 

Le primissime acqueforti sono caratterizzate da uno stile simbolico, figurativo, lasciando trasparire la sua personalità ironica e sognatrice.
Dopo l’incontro con Cézanne il suo stile subirà un radicale mutamento. I disegni di paesaggio e anche i ritratti sono eseguiti con grande finezza e sistematicità. Klee stesso definì questa fase come il suo “periodo impressionista”.
La selezione di opere presentate in questa rassegna verte principalmente sul tema del “primitivismo”, concetto che, nell’artista, assume connotazioni diverse rispetto a quelle comunemente utilizzate a proposito delle avanguardie storiche.

L’interesse per il “selvaggio” e “primitivo”, fil rouge della mostra presentata al MUDEC, si desta in Klee in coincidenza del suo primo viaggio in Italia e della scoperta dell’arte paleocristiana a Roma, a cavallo tra il 1901 e 1902.

Klee è convinto che alle origini dell’arte ci sia una religione, un “popolo” o una comunità storica e linguistica provvista di simboli comuni e riti condivisi.

Guarda all’arte bizantina, all’arte celtica, ovviamente all’illustrazione primo-rinascimentale tedesca per trovare precedenti di un’arte (per lo più sacra) intimamente congiunta alla parola e alla “rivelazione”.  
Il suo interesse per l’epigrafia si nutre di riferimenti agli antichi alfabeti cuneiformi medio-orientali e alla geroglifica egizia.
 
Da qui nasce in lui l’interesse per il rinnovamento dell’arte sacra, sviluppatosi in particolare a partire dagli anni in cui Klee collabora alle iniziative del Blaue Reiter con Kandinskij e soprattutto con Franz Marc.

E’ da questo momento che fonda le basi della propria pittura fatta di piani colorati in cui dissemina ricorrenti immagini di ideogrammi, rune o elementi “alfabetici” di invenzione. 

Klee si sforza di sollecitare nell’osservatore domande sul senso di ciò che vede; di indurlo a leggere e decifrare con attenzione.

È durante gli ultimi anni della Grande Guerra che Klee vive una sorta di “conversione”, che lo porta a privilegiare temi “cosmici” e a distaccarsi dalle attitudini parodistiche mostrate in precedenzaKlee, in questa fase, immagina di abitare presso “il cuore della Creazione”, vicino alla mente di Dio, e l’arte diventa archetipo, formula di tutte le cose esistenti.

Seguono gli anni del Bauhaus, dove insegna accanto a Kandinskij.
La sua attività acquista un riconoscimento sempre maggiore da parte del mondo intellettuale del tempo: Klee diviene un artista internazionale.
Ad un certo punto, però Klee lascia Weimar e il Bauhaus, nel 1930 si trasferisce a Düsseldorf, ma questo non è un periodo felice della sua esistenza: costretto ad affrontare alcune difficoltà pratiche egli intuisce i pericoli degli sviluppi politici in corso in Germania.
A quel punto si rende per lui inevitabile la scelta di abbandonare la Germania e di far ritorno a Berna nella casa di famiglia.
I quadri di questo periodo sono forse i più belli della sua produzione: molto raffinati ed espressivi.
Il quadro (o ancor più il disegno) si trasforma in una sorta di pagina di diario “metafisica”.
 
Purtroppo, contemporaneamente al suo ritorno a Berna fanno la prima comparsa i sintomi di quella malattia, la sclerodermia, che lo costringerà a ritirarsi dalla vita sociale, e che infine lo ucciderà.
L’ultima produzione acquista una connotazione fortemente drammatica. Compaiono quasi ossessivamente grossi segni neri, i colori si fanno densi e pastosi. 
Il dipinto che fu trovato sul cavalletto il giorno della sua scomparsa è intitolato “L’ultima natura morta”: quasi il testamento artistico di Paul Klee.