Potrebbe avere poco senso parlare di “attenzione al primitivismo” negli anni ’70.
In questo momento di generale liberazione sessuale, il corpo diventa un territorio da esplorare e vengono abbattuti molti dei tabù che erano parte del “muro” eretto a sostegno di un lungo percorso di “civilizzazioni”.
Se prima d’ora gli artisti vivevano nel tentativo di fermare e immortalare il corpo, ora il corpo stesso diviene mezzo per fare arte, che quindi perde la sua immortalità (che viene affidata a mezzi come la fotografia o il video). Si diffondono sempre di più le rappresentazioni e le performances, con due principali tematiche:
la riscoperta e la celebrazione della natura (x es Joseph Beuys – Fluxus)
la scoperta del corpo e la sua liberazione, talvolta sessuale, talvolta vissuta attraverso catartici rituali che evocano le ferite inflitte all’uomo, dall’uomo.
Alcuni degli artisti che lavorano sulla centralità del corpo sono Yoko Ono, Yayoi Kusama, Marina Abramovic, Gina Pane, Luigi Ontani, Rudolf Schwarzkogler, Hermann Nitsch.


Ono, Sky Piece to Jesus Christ, 1965 – Kousama, Self Obliteration 1969 – Abramovic, Imponderabilia, 1977 – Pane, Azione Sentimentale, 1973 – Ontanti, Svenimento, 1969 – Schwarzkogler, Aktion, 1966

Nitsch, appartenente al gruppo dell’azionismo viennese, è forse il più teatrale tra i performer la cui tematica verte sulla centralità del corpo ed è stato considerato uno degli artisti più controversi e scandalosi di sempre. Subisce diversi processi e tre arresti.
Le sue azioni sono estremamente forti e hanno connotati primitivi, rituali, magici e nel suo manifesto puntualizza che devono suscitare nello spettatore disgusto e ribrezzo, per innescare una controreazione di catarsi e purificazione.
La sua opera trova la sua massima espressione nel Teatro delle Orge e dei Misteri, opera d’arte totale che si riferisce, come già lo suggerisce il nome, alle orge dionisiache dell’antichità e alla tradizione teatrale medievale del Teatro dei misteri.
Dal 1971 è il castello di Prinzendorf vicino Vienna (di proprietà dell’artista) a essere il luogo di elezione del Teatro di Nitsch, qui nel corso degli anni si sono svolte numerose Azioni fino a quella del 1998 che durò ininterrottamente per sei giorni e per sei notti.
Le Azioni richiedono una grandissima preparazione“, spiega Nitsch durante l’intervista per Repubblica XL (2012).
Gestisco circa 400 partecipanti, ci sono “attori” passivi e “attori” attivi, ovvero persone alle quali vengono fatte delle cose e persone che fanno delle cose, compongo delle partiture molto precise e faccio lunghe sessioni di prove.”
Anche la musica è molto importante nelle performance di Nitsch ed è lui stesso a comporla, ai 400 partecipanti si aggiungono infatti 250 musicisti.

La musica tira fuori ciò che è nascosto, come lo svisceramento degli animali. Gli strumenti producono un rumore estatico: ottoni, fiati, percussioni, campane, oggetti qualsiasi, sono come grida, espressione di aree represse che necessitano di essere sbloccate”

In questi giochi rituali si incitano le persone a squartare bestie da soma, a tirarne fuori le viscere e a calpestarle, a imbrattare di sangue delle persone crocifisse e a unirsi in un rito collettivo basato su riti liturgici e sacri.
Questi gesti portano il singolo ad entrare in contatto con il proprio essere animale più profondo e istintivo, a toccare gli ambiti più bui e nascosti del proprio essere, che sono normalmente repressi dalla società umana. I partecipanti all’opera di Nitsch vengono costretti a vivere una presa di coscienza degli impulsi animali allo scopo di raggiungere una reazione catartica e purificatoria.
Agli animalisti che da sempre lo attaccano risponde che “le bestie arrivano già morte alle Azioni, provengono da macelli dove la carne è destinata al consumo alimentare, e durante e dopo le performance vengono mangiate dagli officianti.”

Mentre nel campo musicale il Punk, dirompente e “primitivo”, continuava a evolversi, diramarsi e dividersi, nell’arte visiva nascono tendenze Neo-espressioniste, che riflettono il mondo psicologico dell’artista. In Italia queste tendenze trovano un proprio percorso parallelo.
Giorgio Morandi è, in un certo senso, l’ultimo pittore che ha a che fare con il passato e, dopo di lui, una serie di incursioni materiche e gestuali stravolgono la pittura tradizionale. La voglia di sperimentare porta a tagliare la tela, inciderla, estrofletterla su telai tridimensionali, omettere la materia pittorica a favore di giochi di ombre, bruciare gli stessi supporti, cucire, imprimere… sottrarre qualsiasi canone al dipinto inteso come tale.

Mimmo Paladino:
San Francesco, 1993

Con queste premesse ovviamente la figura del critico diventa dominante, d’ora in poi sono i critici stessi a far nascere e promuovere i movimenti, ed in Italia si afferma la Transavanguardia, un movimento di “pittura non tecnica” che attinge al bacino dei linguaggi artistici del passato, teorizzata da Achille Bonito Oliva.
Era il 1978, quando il critico definì con il termine Transavanguardia il gruppo di artisti italiani costituito da Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria e Mimmo Paladino.
 “Transavanguardia – scrisse Bonito Oliva – significa apertura verso l’intenzionale scacco del logocentrismo della cultura occidentale, verso un pragmatismo che restituisce spazio all’istinto dell’opera” dunque, a differenza dell’arte povera e concettuale, un ritorno al “primitivismo”, allo sporco, al rumore, alla rabbia, al colore, ad enormi quantità di materia senza imporsi alcun limite tra figurazione e astrazione.
Da allora il termine divenne “ufficiale” per definire quel movimento che, di lì a breve, avrebbe trovato affermazione internazionale, consacrandosi alla Biennale dell’80 curata da Szeemann.
Anche la pittura del tedesco Baselitz rinvia, come la transavaguardia, al simbolismo della materia (vedi la serie degli “Eroi”). Definito neo-espressionista ridiscute il rapportarsi dell’artista all’opera attraverso la sua “realtà capovolta”. Favorito dal parlare della pittura intorno agli anni 70 mantiene comunque una matrice politicamente impegnata.
Rimanendo in Germania preferisco, in modo del tutto personale, soffermarmi sul percorso di Penck, un artista tutto da scoprire.
Autodidatta, le sue sperimentazioni artistiche lo orientano verso i campi più disparati: dalla pittura alla filosofia, dalle scienze alla storia delle religioni fino alla musica, un misto di jazz, rock e contemporanea che l’artista suona in un gruppo.
La sua attività pittorica si allontana dalla pittura tradizionale per seguire, nell’ambito neo-espressionista, uno stile personale che combina figurazione e astrazione con un tratto “grezzo” e un cromatismo intenso.
Traendo ispirazione dalla pittura preistorica, le sue composizioni combinano segni e immagini archetipiche che compongono un linguaggio il cui tema centrale è spesso il rapporto tra individuo e società.
Negli anni ‘70 il suo simbolismo si fa sempre più primordiale, le figure sono sempre più stilizzate e i colori meno vari, sino ad un uso quasi esclusivo del bianco e nero.
I suoi colori, le immagini di grande impatto visivo, ne fanno un grande precursore di Keith Haring e Basquiat.

A.R. Penk: The Battlefield 1989 (foto Sara Nathan)   –   Auge, 1979   –   Polnischer Reiter, 1983