INFORMALE GESTUALE EUROPEO

Wols: Il fantasma azzurro – 1951

WOLS

Alfred Otto Wolfang Schulze, in arte “Wols“, fu uno dei primi pittori dell’informale europeo (Tachisme) e anticipò addirittura la gestualità di Pollock (non di certo la tecnica).
Emigrato tedesco, vagabondo e alcolizzato, visse una vita drammatica e tormentata.
Si pose il problema che l’arte potesse esprimersi anche in schemi e strutture lontane da ogni significato e si interessò al mondo biologico e primitivo andando oltre la rappresentazione razionale dell’uomo che divenne essere zoomorfo caratterizzato, più che dalle linee, dalla materia in cui l’opera lo compone.
Sebbene la sua produzione non sia prettamente figurativa, tutto ha un senso: il concetto è espresso dal disturbo mentale dell’artista; i colori sono densi, materici, graffiati con oggetti appuntiti. 
Lo stesso Sartre riconobbe nell’opera di Wols una sincerità di linguaggio tale da invitare a guardare dentro l’abisso immaginativo di uno “sperimentatore che ha capito di far necessariamente parte dell’esperimento esistenzialista“.

CAPOGROSSI

Figura protagonista dell’informale italiano, Capogrossi realizzò un proprio alfabeto primitivo, un’ indecifrabile linguaggio arcaico.
Il valore della sua intuizione non fu nella creazione di un segno ma nella sua efficacia, che lo rende ancora contemporaneo e sempre vivo nel mondo dell’arte.
Giuseppe Capogrossi ripeté ossessivamente lo stesso calligramma, svuotandolo così da ogni significato.
La decorazione assunse un ruolo funzionale favorendo un’ ampia sperimentazione nelle cromie delle superfici, purché si mantenessero tinte pastello, non troppo sature.
Nelle sue opere pulsa un ritmo primitivo, immerso in uno spazio monumentale in la prospettiva è assente.
La sua ricerca fu indirizzata a cogliere qualcosa non di visto, ma che è in noi stessi, come i “segni minuscoli e spericolati” che l’artista da piccolo aveva osservato fare a un bambino cieco: egli cercava quella forma dello spazio che i suoi occhi non potevano cogliere ma che lui “intensamente sentiva e viveva”.


Capogrossi: Superficie 210 – 1957



VEDOVA

Le immagini di Vedova nascono dagli elementi primordiali della pittura: segno, gesto, colore puro, energia.
Questi elementi “primitivi” riescono a creare un momento di grande coinvolgimento e, in questo senso, restano emblematiche le foto che lo ritraggono nel suo studio con il colore che gli gocciola addosso dalle tele: Vedova è impeto, vita urlata, compartecipazione. 
Si è dedicato ad alcuni cicli di opere, a partire dai famosi “Plurimi”, per arrivare alle “Lacerazioni“, per ripartire dai “Tondi” fino alla serie “…In Continuum..”. Come artista ha fatto una scelta chiara: rinnovarsi in ogni momento, ma senza mai alterare se stesso e la sua arte.
Le sue pennellate sono veloci, quasi nevrotiche, il grigio si fa più scuro o decide di confondersi con il bianco della tela. Emilio Vedova, proprio come il suo fratello americano Jackson Pollock, non ha avuto paura di lasciar parlare il gesto.

POMODORO

Arnaldo Pomodoro, scultore dell’astratto, è tra i più grandi maestri contemporanei italiani.
Nel suo lavoro segni “antichi” si susseguono come in un alfabeto primitivo, lasciando intravedere una sorta di messaggio indecifrabile, primordiale: piccole incisioni cuneiformi ricordano la scrittura assiro-babilonese, le sue opere sembrano raccontare una storia come le stele e i menhir.
“Mi hanno sempre affascinato tutti i segni dell’uomo, soprattutto quelli arcaici, dai graffiti dei primordi alle tavolette mesopotamiche, quelli fatti per tramandare memorie e racconti. Incido la materia artistica con una fitta serie di segni, un tracciato di punti, nodi e fili in una sequenza sempre pensata e realizzata con estrema cura, come un’antica scrittura, illeggibile e fantastica.”
Sempre presente nel suo lavoro il mito del sole, rubato al primitivo, che viene reinventato da Pomodoro e trasformato, nei suoi lavori monumentali, in una sorta di araldico severo e massiccio.  
Le sue sculture sono ridotte all’essenzialità dei solidi euclidei: sfere, cubi, cilindri e coni nella loro forma più pulita sono aperti da squarci e tagli, rompendo le superfici e mostrando, al loro interno, ingranaggi ed esplosioni geometriche in una scultura che non vive solo al suo esterno ma anche al suo interno.

Pomodoro: Sfera n.1 – 1963





INFORMALE MATERICO EUROPEO

 

Dubuffet: Grand Maitre of the Outsider – 1947

DUBUFFET

Jean Dubuffet è una delle personalità più interessanti dell’arte europea nel periodo postbellico, fu attratto dalle manifestazioni grafiche dei popoli primitivi, dalla produzione istintiva e spontanea degli artisti di strada, dei graffitisti, dei bambini e dei pazzi. 
Incoroporò lart des fous nell’arte da lui definita art brut, che comprendeva dipinti naïf e primitivi, recuperando il substrato “selvaggio” dell’arte arcaica e includendo segni e disegni casuali, incontrollati e liberi.
Egli stesso diceva ai suoi adepti: “Impegnatevi a rendere i vostri quadri invendibili.”
L’art brut di Dubuffet riesce nell’impresa di estremizzare il primitivismo instaurando un rapporto istintivo con la pittura. Egli dipinge come se non avesse mai visto nessun altra opera d’arte e, per non condizionare i propri istinti, rinuncia alla storia, dimentica i musei, i grandi maestri, instaurando un legame diretto con l’inconscio e le sue ossessioni. 
In questo senso il brutalismo (così come, in ultima analisi, gli artisti d’avanguardia che guardano all’art negre) supera il primitivismo, elaborando una forma colta ed intellettualizzata che finge di non esserlo.

BURRI

L’arricchimento del gusto, scaturito dall’apprezzamento dell’arte primitiva con le sue cromie vivaci e crostose, l’aggiunta di materiali eterogenei, maschere e feticci, ha innegabilmente influenzato la nascita e l’affermarsi dell’arte materica.
Se oggi lo scandalo suscitato dalle opere di Alberto Burri è un lontano ricordo, emerge invece, in modo manifesto, il lato più primitivo del suo lavoro.
Il riscatto delle materie e degli strumenti del fare che furono l’elemento più duraturo della sua ricerca. 
Attraverso un’ esemplare misura formale Burri usò teli, plastiche, legni e ferri, strappandoli, cucendoli o bruciandoli.  
Nel 1949 Alberto Burri realizzò SZ1: per anni i sacchi, di cui questo fu il primo esemplare, furono giudicati a dir poco scandalosi. Per lui la tela unta, incatramata e logora, era assenza di luce e colore: la materia del sacco qualità pittorica e cromatica di per sé.
Intorno agli anni ’70 la sua ricerca lo condusse a realizzare le screpolature: celebrazione della sostanza primitiva e calda della terra resa corpo visibile: l’argilla. 
La materia non subisce più alcuna violenza, ma si inquadra in una composizione a rete, mettendo in risalto zone lisce e accidentate che creano giochi di luce.

Burri: Cretto nero G4 – 1975

Tapies: Blanco con manchas rojas – 1954

TAPIES

E’ stato definito lo spagnolo che ha cambiato l’arte informale, l’ultimo dei primitivi che ha anticipato i graffiti.
Tàpies, al di là di ogni riconoscibilità, intraprese un viaggio alla ricerca del “lato oscuro” del mondo. Su questo sentiero, sin dalla fine degli anni quaranta, si accostò alle poetiche informali, volte a superare le concezioni idealistiche, spiritualistiche e razionaliste.
Tàpies si propose di dare forma all’informe; diede un metodo al caos. 
La sua avventura più audace consistette nel trasformare i quadri in muri invadendoli con grafie, ispirate ai graffiti primitivi, attraversate da memorie di mondi e da oggetti, da squarci e ferite, che ne spezzano ogni linearità. 
Una curiosità: in catalano, “tàpies” significa proprio “muri”…
L’arte di Tàpies, che tanto si nutre di oggetti e materia, è un procedere interiore; un’ascolto di inquietudini quotidiane che lo spinsero tutta la vita alla ricerca di un segno in grado di dire tutto, come, ad esempio, la croce, primitiva forma di scrittura, che diventa simbolo di universalità.