Dopo la breve serie di estratti, dedicati alla mostra di Klee ‘ alle origini dell’arte ‘, che verte principalmente sul tema del “primitivismo”, utilizzerei questa tematica per collegarmi ad altri artisti che hanno subito, in modo più o meno preponderante, la fascinazione del ‘selvaggio’.

Mi rendo perfettamente conto che il termine generalizzante “primitivismo” tenda ad oscurare i numerosi contributi che hanno delineato lo svilupparsi dell’attuale arte moderna.

Le infinite chiavi di lettura sono pretesti per tracciare un soggettivo percorso che abbia, idealmente, un proprio inizio e, forse, anche una fine. 

Venendo a noi la scoperta dell’arte africana è stata collocata agli inizi del 1900 a Parigi.
Con la loro comparsa le opere ‘primitive’ si imposero a sostegno di un rinnovamento artistico ormai sentito, dagli artisti occidentali dell’epoca, come un’esigenza prioritaria ed imprescindibile.
Le caratteristiche a cui gli artisti maggiormente attinsero erano la semplificazione dei piani, la modificazione delle proporzioni ed il particolare, nonché vivace, uso del colore.

Gauguin: Disegno di Dio – 1894

GAUGUIN

Gauguin, che si stabilì nella colonia francese di Tahiti, subì per primo il fascino delle forme e dei colori che l’arte oceaniana offriva, in rottura con i superati retaggi della cultura occidentale.
La ricerca di Gauguin per il primitivo si espresse in un desiderio di libertà sessuale e, sebbene credesse di celebrare e difendere i tahitiani idealizzandoli e feticizzandoli come “diversi”, rafforzò il discorso coloniale.
Subito dopo la sua morte (1903) le sue opere godevano di grande visibilità, grazie alle numerose retrospettive parigine a lui dedicate e artisti come Maurice de Vlaminck, André Derain, Henri Matisse e Pablo Picasso iniziarono a studiare l’arte dell’Africa subsahariana e dell’Oceania.

MATISSE

Tra le avanguardie di inizio secolo, quelle che sicuramente subirono una maggiore influenza primitivista furono il Fauvismo ed il Cubismo.
Con il termine Fauves (in francese “belve“) si indica un movimento artistico d’avanguardia, che in realtà è un gruppo di pittori (tra i maggiori esponenti: Maurice de Vlaminck, André Derain, Henri Matisse), perlopiù francesi, che nella prima parte del Novecento proposero un’arte decisamente innovativa.
I Fauves furono attivi solo fino al 1907. Quell’anno la grande retrospettiva dedicata all’opera di Cézanne suggerì nuovi orizzonti espressivi, e, insieme alla formidabile crescita del cubismo, contribuì a rompere la debole unità del movimento.
Matisse, vicino agli esperimenti di Picasso Modigliani, fu tra i primi a contaminare la propria pittura con elementi ispirati all’arte etnica (primitiva e orientale) dando vita a un universo cromatico del tutto inconfondibile e caratterizzato da una forte simbologia legata al mondo arcaico.


Matisse: La dance – 1909

Picasso: Les Demoseilles d’Avignon – 1907

PICASSO

L’approccio cubista al primitivismo espresse generalmente una preferenza per la scultura africana: frontale ma fortemente tridimensionale e tattile.
Picasso, tra i maggiori esponenti di questa avanguardia, trovò nell’apparente semplicità stilistica dell’arte etnica una grande raffinatezza estetica e capacità di sintesi plastica.
Ne Les Demoseilles d’Avignon (1907) la figura femminile di sinistra ha una posa riconducibile all’arte egizia, mentre le donne più a destra hanno volumi corporei e maschere di chiara derivazione africana.
Picasso volle chiaramente liberarsi dall’obbligo di rappresentare in modo canonico una realtà arbitraria.
Significativo è ciò che disse all’amico André Malraux, in relazione alle sensazioni provate nel visitare un’esposizione dell’Arte Indigena al Trocadéro di Parigi, nel 1937: “Le maschere non erano come le altre sculture: erano qualcosa di magico, si ergevano contro tutto, contro gli spiriti ignoti e minacciosi. E io continuavo ad ammirare quei feticci… E capii. Anch’io mi ergo contro tutto. Anch’io credo che tutto è sconosciuto, tutto è nemico”.

BRANCUSI

Nell’ambito della scultura Brâncuși tradusse queste tendenze in un generale superamento di un ideale classico di bellezza e il suo approccio al lavoro si caricò di istintiva energia. Vicino all’ambiente dadaista, non vi aderì esplicitamente; amico di Duchamp Man Ray, attento osservatore dell’arte orientale e africana, fu dapprima influenzato da Rodin e, in seguito, attraverso un colloquio paziente e profondo con la materia, giunse ad un linguaggio proprio, di massima sintesi, di lucentezza maniacale, di concetti condensati in forme estremamente lineari, sottili, simboliche.
Il profondo interesse di Constantin Brâncuși nei confronti del primitivismo, inteso principalmente come semplificazione delle forme, è ben visibile nella serie de La musa addormentata (1910). Il soggetto, sempre più etereo e universale è una forma puramente volumetrica, i cui lineamenti sono appena abbozzati.
L’opera è stata battuta all’asta nel 2017 per 57,3 milioni USD presso lacasa d’arte Christie’s a NewYork.

Brancusi: La musa addormentata  – 1910

 

Man Ray: Ritratto di Simone Kahan – 1927 

DADAISMO E SURREALISMO

Il peso che l’arte primitiva ha rivestito nella nascita e nello sviluppo del Dadaismo e del Surrealismo è nettamente differenziato a seconda della personalità di ogni singolo autore.
Seppure possa risultare forzosa una selezione di opere, dadaiste o surrealiste, che guardino all‘art négre possiamo asserire che i surrealisti prediligono oggetti provenienti dall’Oceania generalmente più piatti, pittorici e incorporei, mentre le opere dadaiste sono spesso costituite da materiali trovati ai quali associare un immaginario fantastico e valori di irrazionalità quali la fuga dalla realtà, inconscio ed estasi.

GIACOMETTI

Avvicinatosi dapprima al cubismo, nel 1928 aderì al Surrealismo, ma la sua continua insoddisfazione lo portò a prendere le distanze dal movimento finché ne venne espulso nel 1935. Giacometti è stato un artista capace di interpretare l’uomo del Novecento e le sue fragilità realizzando opere che indagano l’animo dell’uomo, in cui lo spazio circostante sembra corrodere le figure .
Sappiamo che l’artista arrivò alle sue famose figure allungate anche a seguito della sua acquisita familiarità con alcuni oggetti come le “sculture palo” dell’Africa Orientale, e le sculture Nyamwezi della Tanzania di cui l’artista osserva un esemplare dal collezionista Andre Lefebvre, in cui la tradizione più ancestrale esprime una verità assoluta, quella dell’Umanità e delle sue origini.

 

Giacometti: L’Objet invisible (Main tenant le vide) – 1934-1935

 

Moore: Family group – 1946

MOORE

La sua formazione maturò nell’ambito delle esperienze del cubismo sintetico e, per alcuni aspetti, di quello surrealista.
Si interessa alla scultura messicana, egizia e africana che ha modo di vedere al British Museum, nel 1928 tenne la sua prima personale a Londra, rivelando influenze di Brâncusi e suggestioni della scultura precolombiana.
La sua scultura si evolse su costanti nuclei tematici (maternità, figure in riposo, figure in piedi, gruppi di famiglia) disponibili sia all’interpretazione in forme astratte (anni Trenta) sia in immagini figurative (anni Quaranta). Al processo di semplificazione formale, tipico dell’arte primitiva, unì la ricerca di nuovi rapporti tra forma e spazio, tra figura e paesaggio, in una vicendevole fusione.
Un unica costante ossessione: il corpo femminile, epico, imponente, protettivo, depurato dall’erotismo.
La sua ricerca indaga il rapporto della forma tra l’esterno e l’interno, rendendone manifesta la crescita interna: la materia è viva e possiede un potenziale salvifico.

ARP

Nel 1915 conobbe Picasso e i coniugi Delaunay, entrò in contatto con Apollinaire e divenne amico di Modigliani. 
Arp del loro lavoro scrisse: “Questi lavori sono delle costruzioni fatte di linee, superfici, forme, colori. Essi cercano di accostarsi all’eterno, all’inesprimibile posto oltre l’uomo”.
Arp si lasciò sempre trascinare dall’opera, abbandonandosi all’istinto, all’avventura radicale, contraddizioni comprese, alla ricerca di un accesso ai misteriosi percorsi profondi della vita. La genesi, la crescita, il deperire delle forme organiche rappresentano la fonte di ispirazione di opere che sono occasioni di indagine sul creato.
La cifra distintiva che lo differenziò dagli altri scultori astratti è proprio l’assenza di ogni visionarietà di natura letteraria, di ogni propensione al puro automatismo.
Scrive: “Io volevo trovare un altro ordine, un altro valore dell’uomo all’interno della natura“.

 

Arp: Musa Pietrasanta – 1948