Si può leggere un libro, si può leggere un quadro. Ultimamente mi piace coglierne più l’afflato che la forma, ne sono profondamente sedotta.
Ed allora affiorano alla mia mente collegamenti strani. Un inedito divertimento che provo ad assecondare.

Testi integralmente tratti da:

Gianrico Carofiglio

La manomissione delle Parole

(a cura di Margherita Losacco)

 

In principio era il verbo, il logos. L’incipit del Vangelo di Giovanni è un luogo obbligato per chiunque intenda riflettere sul potere della parola.
La parola ha in sè, nella sua radice, un potere vastissimo: essa crea e definisce la nostra rappresentazione del mondo, e dunque il nostro mondo, così come siamo capaci di conoscerlo.
G. Zagrebelesky, giurista italiano e giudice costituzionale, ha detto che il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza delle possibilità.
Dove vi sono poche parole vi è poca democrazia; più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica e, con essa, la vita democratica.
Un ulteriore segnale del grado di sviluppo di una democrazia e, in generale, della qualità della vita pubblica si può desumere dalla qualità delle parole: dal loro stato di salute, da quello che riescono a significare.
D’altronde la ripetizione continua, ossessiva, è uno degli stilemi principali di una lingua totalitaria.


Jean-Michel Basquiat

Le fiabe non dicono ai bambini che esistono i draghi:
I bambini già sanno che esistono.
Le fiabe dicono ai bambini
che i draghi possono essere sconfitti.

G.K. Chesterton

 

Egon Shiele, 1917
Le parole sono come vecchie prostitute che tutti usano, spesso male. Al poeta tocca restituire loro la verginità.
G. Ritsos


René Magritte, Questa non è una pipa, 1948

“Quante sono le forze umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante penetrazione dei luoghi comuni?” 
Primo Levi

Libertà che guida il popolo, Eugène Delacroix, 1830

Democrazia e libertà

Nel V secolo a.C. Tucidide descrive la guerra civile di Corcira e annota:
“Cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti.
L’audacia sconsiderata fu ritenuta coraggiosa lealtà verso i compagni, il prudente indugio viltà sotto una bella apparenza, la moderazione schermo della codardia, e l’intelligenza di fronte alla complessità del reale inerzia di fronte ad ogni stimolo: l’impeto frenetico fu attribuito a carattere virile, il riflettere con attenzione fu visto come un sottile pretesto per tirarsi indietro. Provvedere in anticipo a tali maneggi significava apparire disgregatore della propria eteria, e terrorizzato dagli avversari.” 
Perché vi sia libertà è necessario che tutti siano sottoposti alle leggi e che le leggi siano più potenti degli uomini.
Se invece in uno stato c’è un uomo più forte delle leggi, non esiste la libertà dei cittadini. Libertà e liberismo non sono sinonimi: mettere insieme i due concetti confondendoli, significa inquinare parole e verità, nonchè gli argomenti del dibattito politico e civile.

Parlare di partito dell’amore è da imbroglioni… L’amore come l’odio non consente argomentazione, il dubbio critico, la mediazione, che sono figure essenziali per una buona politica. Produce un consenso basato sugli istinti, non sulla ragione.

Il potere costruito su basi emotive è il contrario della democrazia, che si fonda invece sulla discussione critica, sulla ricezione di istanze molteplici: è un potere che regredisce alla logica primitiva dell’amico – nemico.

E l’amore sarà altresì corrotto da tali definizioni, un amore a mandato e non esente dalla propria scadenza.

Antiquity (Daughters of Leucippus), Jeff Koons, 2010/2012

Vergogna

La vergogna è determinata dalla percezione, o dalla paura, della violazione, dinanzi a se stessi e agli altri, di una norma, di un principio etico, di un ordine del mondo.
E dunque possiede anche una dimensione estetica, ha a che fare con la bellezza.
La vergogna è un sentimento sia individuale che sociale e, la tendenza di oggi, e che non ci sia più. Anzi la vergogna sembra investire direttamente se stessa: è vergognoso vergognarsi perché è lo stigma dell’insuccesso, del fallimento, o semplicemente della frustrazione. Ma solo chi conosce vergogna possiede la capacità di applicare il suo contrario: onore, dignità. Essere capaci di provare vergogna significa conoscere un fondamentale meccanismo di difesa della salute morale.
A differenza della colpa, migliora se stessi, ci da la possibilità di rifondarci.

La vergogna – parola e sentimento – ricorre con sorprendente frequenza nelle opere di Shakespeare: ben 344 volte.


Michelangelo, Cacciata dal paradiso terrestre, 1510

La vergogna è indice di una “inaudita e spaventosa prossimità dell’uomo con se stesso”.


Joseph Beuys

Giustizia

Nel racconto platonico l’arte della politica consiste nell’esercizio del rispetto e della giustizia.
Curiosamente chi è incapace di provare vergogna non frequenta volentieri neppure la giustizia.
Giustizia è uguaglianza, equa ripartizione dei beni, abolizione di ogni forma, palese e occulta, di sfruttamento.
Norberto Bobbio in Destra e sinistra, ha isolato l’uguaglianza come criterio di differenziazione tra destra e sinistra, laddove, per destra, l’uguaglianza si oppone alla gerarchia.
Una visione realmente etica ed umanistica della giustizia è quella che dall’uguaglianza formale dei cittadini dinnanzi alla legge procede verso l’uguaglianza sostanziale di quegli stessi – l’uguaglianza delle opportunità – per poi avvisarsi verso il difficile ma ineludibile ambito delle questioni relative all’uguaglianza degli umani, senza confini di nazione.

Ai Weiwei, Libero, 2017

Ribellione

Keith Haring, untitled, 1985

Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no.
Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice si, fin dal suo primo muoversi.

Mario Merz, Che fare, 1968
Il nostro destino è scritto da noi, non  per noi.
Barack Obama


George Stainer e José Saramago hanno scelto NO  come prima parola di un ideale lessico necessario.
No alla brutalità della politica, alla follia delle ingiustizie economiche, all’invasione della burocrazia, all’idea che si possano accettare come normali le guerre, la fame, la schiavitù infantile. Ogni rivoluzione nasce da un no.
Nell’esperienza assurda la sofferenza è individuale, ma al primo moto di rivolta essa ha coscienza di essere collettiva.

Pellizza Da Volpedo, Il Quarto Stato

Mi rivolto, dunque siamo.

Niki De Saint Phalle, Shooting picture

Ribellione può significare cose molto diverse. Una possibile forma di ribellione allude al narcisistico rifiuto delle regole: non rispetto niente, credo che sia tutto possibile, posso cambiare tutto. Questa è l’idea nichilista della ribellione che unifica in modo inquietante black block, tutti i terrorismi, gli sfrenati neoliberismi.

Atelier Brancusi

Rivoluzione come rimedio alla bruttezza, all’umiliazione, alla perdita di dignità. Rivoluzione come via per la bellezza.

Bellezza

La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei. Mantenendo la bellezza prepariamo quel giorno di rinascita in cui la civiltà avrà bisogno di mettere al centro delle sue riflessioni quella virtù viva che fonda la comune dignità del mondo e dell’uomo. Albert Camus.

La bellezza è una forma di salvezza e insieme una categoria morale.
Nelle sue forme più antiche il bene assoluto era composto da giustizia e bellezza. D’altronde l’ingiustizia, il comportamento immorale, il male, sono sempre anche violazioni profonde di un codice di bellezza.

Il bello non è carino, interessante, il bello risveglia e approfondisce in noi il senso della vastità e della pienezza del reale.

Mark Rothko, Red and blue over red, 1959

Scelta

Compito della Repubblica, perfettamente sancito dall’art. 3 della Costituzione, è creare le condizioni perchè tutti possano scegliere liberamente. La facoltà di scelta si nutre della libertà ed è la questione fondamentale anche di una sana vita politica.
Scelta può essere di volta in volta -o insieme- ribellione non violenta, ricerca della giustizia, pratica etica della bellezza e dell’eleganza, salvezza dalla vergogna.
Nel 1917 Antonio Gramsci pubblicava una rivista cui diede un titolo evocativo, civile e poetico: La città futura.
In quella rivista era contenuto uno scritto che giunge a noi con i toni laicamente epici di un grande manifesto politico e culturale: Contro gli indifferenti.

“L’indifferenza è il peso morto della storia (…)
L’indifferenza opera potentemente della storia. (…) è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che sia abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa di pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti.
I destini di un epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perchè non se ne preoccupa. (…) Odio gli indifferenti e domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia , odio gli indifferenti.”

Scelta come atto di coraggio, di allegria, di responsabilità, di intelligenza; di rivolta e di scoperta. Scelta, in definitiva, come atto audace e di continua reinvenzione del mondo e di costruzione dell’umanità.

La città ideale, 1480 ca